Bussare per entrare…in un castagno!

Una piana inaspettata che si apre nelle viscere di montagne che profumano di mare. Da una parte la Liguria con il suo entroterra e le sue spiagge, dall’altra l’arco alpino che si nasconde dietro la sagoma del Mindino. Da secoli Garessio è terra di scambi e di passaggi, ma sono movimenti che solleticano la mente e l’ingegno. Paese natale di imprenditori, politici, medici e artisti come Giuseppe Penone, il centro storico è oggi inserito nei Borghi più Belli d’Italia, merito di un’impronta medievale che avvolge e conforta tra meraviglia e silenzio.

Lo stesso silenzio che si percepisce percorrendo i sentieri che si snodano a raggiera intorno all’abitato, fino a inerpicarsi lassù, su quel Bric Mindino da cui si scorgono i respiri del Mar Ligure. Un passo dopo l’altro e la civiltà alpina di un tempo viene fuori sottovoce, tra un terrazzamento e un seccatoio segnati dalle rughe della storia. Lungo le mulattiere che si intersecano sui versanti del Mindino fino alla frazione omonima allora, si toccano con mano le cicatrici della castanicoltura.

Il castagno, infatti, per Garessio e per l’intero territorio non è stato soltanto un albero da curare e da mantenere. Il castagno ha rappresentato un compagno di vita da cui dipendere e a cui affidarsi nei momenti del bisogno. Dalle travi in legno per l’architettura alla lettiera per animali, per arrivare ovviamente al consumo grezzo delle castagne. Particolarmente pregiata proprio quella Garessina, che ha da poco ottenuto la Denominazione Comunale d’Origine.

Non deve stupire, quindi, che proprio nei dintorni della frazione Mindino ad oltre 1000m di quota, si possano ancora trovare esemplari di castagno plurisecolari, graffiati dal vento e dalla neve, ma testimoni immortali del tempo che è stato. Tra le rughe della corteccia, storie, ricordi e segreti. Il castagno secolare di Amelio Balbo ad esempio, curato ancora oggi con grazia paterna, misura più di 650cm di circonferenza con un’età stimabile superiore ai 500 anni. Un siffatto monumento della natura non poteva non avere una porta d’ingresso, quasi un viatico imprescindibile per entrare nella storia e nella memoria.

Ripostiglio per gli attrezzi, rifugio durante la Resistenza, ricovero per elfi e gnomi. Le cronache e le leggende sul castagno patriarcale di Mindino si sovrappongono le une alle altre in un caleidoscopico turbinio emotivo. Ma è sufficiente uno sguardo per sorridere e fermarsi a riflettere.