Quando la neve paralizzò l’intera Langa

Gennaio 1954. I ricordi di guerra provano a nascondersi tra le pieghe del tempo. C’è voglia di vivere, di ricostruire, di sognare. In terra di Langa, però, molte ferite persistono a sanguinare. Collegamenti fragili, cascinali distrutti, terreni sempre più crudi da lavorare e da plasmare. Qualcuno comincia a mollare, attirato dalle sirene delle fabbriche. Altri provano a resistere nonostante tutto.

I primi giorni dell’anno si aprono all’insegna del freddo pungente. Qualche centimetro di neve, di quella secca e leggera, si deposita sui crinali più alti della Langa per poi scendere poco alla volta fino ad Alba e al Tanaro. I contadini scrutano il cielo e fissano la terra, quindi scuotono la testa e si aggomitolano intorno alla stufa. Saggezza o preveggenza per alcuni, semplice fortuna per altri. Tra il 3 e il 4 gennaio una nuova colata gelida da nordest. Sui colli di Mombarcaro, Bossolasco e Feisoglio una brezza che taglia la faccia. Schiaffi di freddo che si aggrappano alle vesti e ai muri e fanno lacrimare anche il cielo che si annuvola man mano.

Poche ore e la Langa scompare sotto un abbraccio asfissiante di nebbia, neve e vento. La vita nei paesi si interrompe, le cascine respirano al bagliore tremolante dei lumi. La nevicata si sgranchisce la voce, quindi intona melodie fluenti e ininterrotte. Una neve convinta, leggera, secca, che sotterra prati e colli, intrappola portoni e finestre, cogliendo di sorpresa gli addetti allo sgombero. Diversi mezzi restano infatti bloccati alla prima o alla seconda uscita. Nevica ad Alba e a Bra, nevica ovviamente in Alta Langa, dove i fiocchi sospinti dal vento disegnano bianche collinette che si attorcigliano al crinale.

Martedì 5 gennaio la Langa si paralizza. Non ci si può muovere da un paese all’altro. Le strade provinciali e comunali soffocano sotto mezzo metro di neve. Passano le ore e la nevicata non si placa. Sessanta, settanta, ottanta centimetri. Sui crinali il continuo respiro del vento fa cambiare l’unità di misura: un metro, un metro e mezzo, due metri in alcuni punti. La vita si ferma nel tempo e nello spazio. La gente sale sui tetti, spala le vie nei centri abitati e aspetta. Paziente. A Bossolasco, però, la luce va via d’improvviso. Si resta allora al buio con il fuoco e le candele. Il telefono come ultimo collegamento tra paesi e città. Quei fili sospesi nel vuoto resistono in effetti alla bufera e diventano l’unico strumento di solidarietà reciproca. Anche i medici condotti, impossibilitati a muoversi, effettuano diagnosi e consulti attraverso la cornetta.

Mercoledì 6 gennaio l’Ufficio Tecnico Provinciale organizza un servizio straordinario chiamando a raccolta tutti gli operatori pubblici e privati. Volontari e professionisti si mettono ancora una volta in gioco. Arrivano spartineve, ruspe, trattori cingolati, caterpillar. Le strade tortuose, però, si aprono a fatica perché i margini della carreggiata sono spariti. Qualcuno prova ad aggirarle per indovinare il verso più idoneo di apertura. L’operazione richiede tempo e pazienza. Nei comuni, intanto, si aspetta. La neve ha smesso di cadere, ma il freddo morsica l’aria. Tutto si fa più pesante e glassato e i lavori procedono a rilento.

Sabato 9 gennaio, finalmente, tutti i collegamenti vengono ripristinati. Dopo quattro giorni la vita torna a scorrere anche a Cravanzana, Feisoglio, Bosia, Niella Belbo, Arguello, Serravalle, Roddino, Diano d’Alba. La Langa torna dunque a respirare e a godersi quell’intreccio paesaggistico che da sempre la contraddistingue rendendola unica.

Fonti principali: Gazzetta d’Alba, 12 gennaio 1954.