Nel Vallone di Gilba, là dove il tempo si è fermato

Brossasco, bassa Valle Varaita. Qui la montagna si sgranchisce la voce prima di lanciarsi verso l’alto. Melle, Frassino e Sampeyre e poi ancora su, verso Chianale e il Colle dell’Agnello seguendo l’incisione orografica principale, da sempre la più frequentata e conosciuta. Ma talvolta basta poco per non essere travolti o inglobati dal flusso. Un passo a lato, ad esempio, per schivare la corrente e mettersi al riparo, in silenzio. Succede alla terra, agli uomini, ai paesi. Succede al Vallone di Gilba, timida appendice laterale che da Brossasco s’inarca verso nordovest.

La solitudine, però, non lascia indifferenti. Plasma corpo e anima, entra sottopelle, fortifica o distrugge personalità, caratteri, territori. Imboccare il Vallone di Gilba oggi, allora, non significa soltanto salire di quota per finalità escursionistiche. Vuol dire violare l’intimità del tempo che è stato, toccando con mano la fatica e il sudore di chi ha resistito nonostante tutto. Un passo a lato, non di più, quanto è bastato comunque per sprofondare in una incredibile solitudine d’alta quota. Lacrime e dolore, ma anche dignità, ingegno e senso di comunità.

Borgate e frazioni aggrappate a declivi dolci e soleggiati, onde di terra e di pascolo da cui forse deriva il nome stesso del vallone (Gilba dal latino gibba, “gobba o collina”). Una decina di chilometri impregnati di vita e di abitanti, per uno degli angoli più popolosi della zona. A fine Ottocento si era così in tanti che il cibo talvolta mancava e si finiva per mangiare “Pon e punh” (pane e niente). Altrimenti si era soliti consumare pane e patate, brodo e castagne, latte e formaggi. E ancora acetosella, ortiche e mirtilli. La caccia ai tordi nei mesi invernali e l’allevamento domestico dei colombi. Nei campi riposavano segale, orzo, grano saraceno e avena, macinati nei mulini locali, addirittura otto da Borgata Danna a Borgata Bianchi.

La prima scuola invece venne attivata a Borgata Paris, ma in pochi anni gli edifici scolastici prosperarono. Nel 1900 gli alunni nella sola Borgata Lantermini erano addirittura settanta, mentre alla fine della Seconda guerra mondiale ne rimanevano sessanta con due maestre in Borgata Bianchi. Vivere a Gilba, insomma, non era facile. Nel 1901 addirittura un’isolata epidemia di vaiolo per colpa di un reduce da Tolone: sette casi e un morto. Ma è sempre dalle viscere più profonde della miseria che sgorga la solidarietà. Quella che portava alla Rueida della domenica mattina, ad esempio, quando ci si riuniva per aiutare nei lavori pesanti vedove con bambini, anziani e ammalati.

D’inverno, poi, quando i bambini utilizzavano la cartella di legno come slitta, non era insolito udire il rimbombo del còarn (il corno), che preannunciava la spalatura condivisa della neve. Ad ogni borgata uno specifico tratto di strada da ripulire. Su quei sentieri e su quei camminamenti uomini e donne si muovevano per andare al mercato di Melle, Venasca, Sampeyre, Martiniana o Sanfront. Sulle spalle l’immancabile cabassa (gerla) per vendere i propri prodotti e acquistare lo stretto necessario.

Ma a Gilba la gente aumentava e le risorse non sempre erano sufficienti. Così era necessario integrare il reddito agricolo con l’ingegno e l’emigrazione. Stagnai, arrotini, ombrellai, straccivendoli. Talvolta, purtroppo, anche l’affitto dei figli ai mercati di Saluzzo e di Sampeyre: i più grandi verso la pianura a fare i garzoni, i più piccoli in montagna per la pastura. Le ragazze come servonte nelle famiglie più benestanti.

Affreschi di vita che trasudano ancora oggi dai muri pericolanti delle Meire e delle Grange. Momenti di civiltà alpina che il Vallone di Gilba proietta sul presente e sul futuro. Per riflettere e non dimenticare, godendosi il paesaggio selvaggio e appagante dal Colle di Gilba o dal Bric La Piata.

Informazioni tratte da “La Sentinella delle Alpi”, “Il Progresso”, “Il Corriere di Saluzzo” e dal volume “Storie di Gilba” di Anna Maira Seymandi, 2017.