La straordinaria “Via delle Rose” di Bossolasco

Ottocento metri di quota nel cuore dell’Alta Langa. Profumo di campi e di terra, di noccioleti e di grano. I singhiozzi del Belbo, i profili della Bormida, le ondulazioni delle ultime Langhe e poi laggiù, all’orizzonte, le Alpi di Cuneo appena abbozzate. Bossolasco riempie sguardo e anima per quel paesaggio eterogeneo che si perde tra le braccia del cielo.

Ma non basta una semplice vista d’insieme per assaporare il fascino più profondo di Bossolasco. Soltanto camminando in silenzio un passo dopo l’altro, infatti, si potranno cogliere l’alito artistico che ha stuzzicato Felice Casorati, Francesco Menzio, Enrico Paulucci e Irene Invrea o il respiro letterario di Beppe Fenoglio, che soggiornò nelle stanze dell’Hotel Bellavista nell’autunno del 1962. In tarda primavera, poi, Bossolasco alza la voce e si trasforma in un caleidoscopico giardino a cielo aperto. Profumi e colori si rincorrono in particolare su una strada in pietra che si arrampica verso l’alto.

La storia di Via Umberto I e delle sue rose viene da lontano, dal boom economico degli anni Cinquanta quando la fama di Bossolasco comincia a diffondersi. Le prime gite, qualche soggiorno, le prime vacanze. Gli orrori della guerra che sbiadiscono a poco a poco sotto le spinte del turismo. Ma non vi può essere accoglienza senza bellezza e così l’allora Amministrazione comunale decide di regalare una talea di rosa a tutti gli abitanti di Via Umberto I. Una piccola cortesia per abbellire le singole abitazioni. Stupore e titubanza lasciano il posto alla cura e all’obbedienza. Dopotutto quella strada fatta di terra e pietre di Langa ben si presta ai singoli impianti. Pochi giorni, allora, e il giardino è fatto.

Passano i mesi e gli anni, ma la cura per le rose di Bossolasco non viene meno. Ancora oggi, in effetti, passeggiare per Via Umberto I significa perdersi tra sfumature e fragranze che avvolgono vista e olfatto. E non è un caso che sul vicino Viale della Rimembranza si sia realizzato il “Parco delle rose rare e antiche”. Perché quell’intuizione di oltre cinquant’anni fa oggi è diventata una tradizione imperdibile. Un ponte intertemporale con il passato. Nostro e della natura.

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La foto a corredo dell’articolo è di Catherina Unger.