30 gennaio 1937: la valanga di Rocca la Meja

Fine gennaio 1937. La Valle Maira è attraversata da gruppi di soldati che marciano sotto una fitta nevicata, impegnati in estenuanti esercitazioni volte a temprare il corpo e lo spirito dei tanti giovani in vista di un imminente coinvolgimento bellico. Sono gli anni delle grandi fortificazioni militari e della costruzione del Vallo Alpino. Ampie strade sterrate si sostituiscono così a mulattiere incerte e la viabilità d’alta quota viene completamente stravolta.

Sul finire del mese le Compagnie di Alpini lasciano la caserma di Dronero in direzione dell’alta valle: la 18ᵃ in particolare piega a sudovest verso Marmora e Canosio passando per la Strada dei Cannoni, la 19ᵃ, invece, segue il corridoio vallivo fino a Prazzo, per poi spostarsi sul versante idrografico sinistro nel Vallone di San Michele.

Il 28 gennaio gli uomini della 18ᵃ Compagnia raggiungono quindi Preit di Canosio sotto una copiosa nevicata che si protrae ormai da due giorni. Alle soglie della borgata una valanga di piccole dimensioni travolge i muli con i rispettivi conducenti, convincendo il capitano Noé Trevisan a pernottare in loco fino alla cessazione delle precipitazioni. Gli abitanti locali, nel dare ospitalità ai militari, insistono intanto con gli ufficiali affinché desistano di salire in quota nelle giornate successive.

All’alba del 30 gennaio, però, con la nevicata terminata da poche ore (tale da accumulare comunque più di un metro e mezzo di neve fresca su un terreno che non riceveva apporti nevosi da ben 48 giorni), il capitano dà l’ordine di proseguire la marcia in direzione delle casermette poste nel cuore dell’Altopiano della Gardetta ad oltre 2330 metri di quota. In testa alla spedizione il gruppo di sciatori, in coda gli alpini con le racchette, addossati l’un l’altro per il muro di neve entro cui sprofondano passo dopo passo. Gli abitanti locali scuotono la testa imbarazzati. Nell’aria odore di valanga e di tragedia.

Ore 13.30 del 30 gennaio 1937: gli alpini con le ciastre ai piedi stanno percorrendo la pietraia nord-occidentale di Rocca la Meja, intenti a raggiungere i colleghi sciatori che li attendono già al sicuro sul passo che immette nell’Altopiano della Gardetta, tra il Colle del Preit e il Gias della Margherina. Il rialzo termico, l’itinerario di mezza costa troppo alto, lo strato di neve già tagliato dagli sciatori.

In pochi istanti un boato terrificante investe ventotto alpini. Il morso implacabile della valanga travolge ogni cosa. Terrore, urla, grida, poi solo silenzio. In cinque riescono a salvarsi, ma per ventitré di loro non c’è più nulla da fare. Sedici corpi vengono estratti dalla neve nei giorni successivi, i restanti sette sono invece recuperati solo a primavera inoltrata.

Una lapide ricorda oggi il sacrificio di quei giovani (la vittima più anziana aveva 26 anni, ndr), il cui destino dipese dall’ottusa volontà di dimostrare l’eroismo dell’esercito di fronte alla paura degli eventi.

Nel 2007 l’Arciere Edizioni ha pubblicato il volume “Almeno la memoria” a cura di Mario Cordero ed Enrico Collo, nel quale vengono ripercorsi i momenti e le testimonianze più toccanti di quel tragico evento.