Pamparato, una montagna dal fascino regale

Valle Casotto, margini orientali del territorio monregalese. Una verde insenatura che si incunea nel ventre delle Alpi Liguri più selvagge e meno conosciute. Un salto verso l’alto nei pressi della Colla di Casotto e poi giù, di corsa, verso la Valle Tanaro e il mare. Una terra di commerci e di passaggi, di storia e di Resistenza. Il perno centrale nel comune di Pamparato, aggrappato ad un versante che fissa l’occidente.

Un’armonia silenziosa rimbomba da un versante all’altro di Pamparato. Si ferma ad ascoltare il respiro secolare dei castagni e dei faggi e poi scappa via, verso l’alto, superando pascoli e rocce, solleticando grotte e ruscelli, graffiando il cielo lungo crinali panoramici che uniscono e non dividono. Le valli, dopotutto, si parlano, si sovrappongono, si intersecano. Quelle monregalesi soprattutto, così brevi, strette e tortuose.

Il fascino di Pamparato, però, viene da lontano, da quel toponimo che profuma di mitologia: la semplice fertilità del terreno per alcuni (da “panis paratus”, appunto “pane pronto”), un avvincente episodio leggendario per altri. Si narra infatti che gli abitanti ormai allo strenuo per l’assedio dei Saraceni, inviarono al di fuori delle mura un cane con in bocca una pagnotta intrisa di vino, ad indicare un’assoluta abbondanza di viveri e sperando così di far desistere gli invasori. Questi ultimi, esclamando “Habent panem paratum!” (“Hanno il pane condito!”), si sarebbero a quel punto effettivamente ritirati, delusi e affranti. Lo stemma comunale sembrerebbe quasi confermare quest’ipotesi, raffigurando proprio un cane con una pagnotta, una colomba bianca e un ramoscello d’ulivo in segno di pace.

Ma Pamparato stupisce, avvolge, disorienta. Per quei boschi così lussureggianti e autentici da aver attratto anche i regnanti di Casa Savoia, che soggiornarono nella vicina Reggia di Casotto, sita già nel comune di Garessio, dal 1837 al 1881. Per quell’artigianato locale che dà voce alla tradizione e alla poesia dei maestri del legno. Per quell’arte diffusa ed eterogenea, tangibile ad esempio nella Cappella di San Bernardo (la cui costruzione risalirebbe ai primi anni dell’XI secolo), nel Castello dei Marchesi Cordero di Pamparato (attuale sede del Municipio), nel ponte romano o nell’imponente Parrocchiale di San Biagio.

Per quei sapori indimenticabili al profumo di mais (Biscotti di Pamparato e Paste dei Meliga del Monregalese) o di formaggio, che inondano il rinnovato borgo di Valcasotto, conosciuto non a caso da molti come “il borgo dei formaggi”. Per quei suoi sentieri che si tuffano nell’anima di una montagna silenziosa che ascolta e racconta (fortemente consigliata, in tal senso, un’escursione alla Capanna Sociale Manolino).

Visitare Pamparato, insomma, per riappropriarsi di qualcosa di nostro che si pensava ormai perduto.