Quando sul ghiacciaio del Gelas si praticava lo sci estivo

Poste mediamente a quaranta chilometri in linea d’aria dalla Costa Azzurra, le Alpi Marittime si sono a lungo distinte per ospitare i ghiacciai più meridionali dell’intero arco alpino. Nel corso degli ultimi decenni, i cambiamenti climatici hanno tuttavia compromesso l’estensione della massa glaciale, oggi modificatasi per spessore, areale di distribuzione e proprietà intrinseche (sarebbe scientificamente più corretto, infatti, parlare ormai di glacionevati, vale a dire di masse di neve e ghiaccio prive di movimenti interni).

Percorrendo nei mesi estivi gli itinerari che si snodano tra il Clapier, la Maledìa e il Gelas, si potrà comunque apprezzare la severità dell’ambiente circostante, caratterizzato da condizioni climatiche più o meno rigide durante l’intero arco dell’anno. Salendo in particolare dal Rifugio Soria-Ellena in direzione del Lago della Maura (2370m. di quota), si scorgerà senza dubbio la fisionomia e l’imponenza dell’antico Ghiacciaio della Maura.

Quest’ultimo divenne particolarmente celebre in tutta la provincia durante gli anni Sessanta e Settanta, in virtù della rudimentale sciovia realizzata proprio ai suoi piedi, atta a garantire lo sci estivo nella zona. Incastonata fra la montagna e il lago, la manovia a fune era accessibile da fine Giugno ai primi giorni di Settembre dopo una lunga camminata.

Realizzato da un gruppo di giovani cuneesi appassionati di montagna e amanti degli sport invernali, l’impianto aveva caratteristiche similari alle prime sciovie degli anni Cinquanta, con due pali di tubi per ponteggi da cantiere, saldati e modellati sulla falsariga dei pali della ditta Leitner in uso in quel periodo nei comprensori sciistici (cfr. Jacopo Galfré, che ringraziamo).

Incastonata nel ghiaccio e nella neve, ogni autunno era necessario smontare l’intera attrezzatura e riporla a terra in attesa della stagione successiva. Anche il motore dell’impianto veniva coperto e la fune analogamente riavvolta presso la zona di partenza. Nei primi giorni d’estate dell’anno successivo, infine, si procedeva nuovamente al montaggio e all’eventuale disseppellimento di ciascun componente. (cfr. Jacopo Galfré, che ringraziamo).

Le scarse precipitazioni invernali degli anni Ottanta con il contemporaneo aumento termico, la rapida fusione nivale e la regressione dell’intero ghiacciaio (fino al suo recente declassamento, come detto, in glacionevato), compromisero l’utilizzo dell’impianto, che venne quindi materialmente abbandonato, pur rimanendo ancora oggi un’effige dei coraggiosi tempi che furono.